L’olivicoltura marginale

Il quadro complessivo dell’olivicoltura tradizionale italiana è caratterizzato da due realtà distinte:

  • Le aree naturalmente vocate in cui le condizioni climatiche ed orografiche sono tanto favorevoli da consentire l’applicazione di tecniche agronomiche finalizzate al potenziamento della produttività e alla meccanizzazione dell’olivicoltura,
  • Le aree marginali in cui la produttività delle coltivazioni dipende fortemente dalle pratiche e dalle tecniche applicate per sopperire a deficienze intrinseche riconducibili a:
         – età avanzata delle piante
         – caratteristiche climatiche sfavorevoli
         – scarsa fertilità del suolo
         – morfologia ostile del territorio.

La Comunità Europea e gli Stati membri tendono ad attribuire un enorme valore agli oliveti presenti in zone marginali e a proporre per essi politiche volte alla tutela e alla valorizzazione. Più che con l’espressione “aree olivicole”, bisognerebbe riferirsi ad essi come “sistemi produttivi a finalità multipla” in quanto rappresentano areali di particolare rilevanza ambientale fortemente connessa tanto con la conservazione del paesaggio agrario quanto con il riconoscimento di tipicità da parte del consumatore finale.

Inoltre, le caratteristiche del sistema radicale dell’olivo, superficiale ma espanso, lo rendono un potente attore a contrasto dell’erosione del suolo; a ciò è inoltre da aggiungere che non è difficile trovare oliveti in aree gradonate o terrazzate dove le opere costituite da muri a secco o da singole lunette rappresentano presidi importanti contro i fenomeni di dissesto idrogeologico superficiale. Da sottolineare, infine, che spesso gli oliveti in area marginale rappresentano una riserva di biodiversità olivicola, essendo costituiti oltre che da una o più varietà dominanti anche da entità genetiche minori che arricchiscono il germoplasma.